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Evidenze di scuola italiana nelle sonate di Domenico Scarlatti

Domenico Scarlatti

Le impronte fondamentali degli anni della prima formazione e di suo padre, Alessandro Scarlatti

Quando ci si riferisce all’universo compositivo di Domenico Scarlatti si presenta immediatamente una ingente quantità di elementi, nati non solo dalla geniale elaborazione della dottrina musicale del suo tempo, ma anche dalle vicende personali e professionali, che lo portarono lasciare l’Italia e a trasferirsi prima in Portogallo e poi in Spagna.

Questa riflessione si incentra sinteticamente sull’influenza che le esperienze della sua gioventù, a contatto stretto con il padre Alessandro e con i migliori teorici e musicisti italiani, impressero sulla sua produzione.

Cenni della vita di Alessandro Scarlatti

Alessandro Scarlatti (Palermo, 2 maggio 1660 – Napoli, 24 ottobre 1725), di cui ricorre quest’anno il tricentenario della morte, fu uno straordinario compositore, considerato tra i massimi esponenti della cosiddetta scuola napoletana. Le sue composizioni furono principalmente teatrali, ma annoverano anche concerti grossi, musica sacra e cembalistica.

Alessandro intorno al 1672 aveva vissuto a Roma, in un clima musicale elevatissimo nel quale, dopo il fondamentale contributo di Girolamo Frescobaldi, esercitavano musicisti del calibro di Bernardo Pasquini e dove aveva lavorato come Maestro di Cappella  e come compositore di opere, diventandone il più importante punto di riferimento italiano. La sua vita si svolse tra Napoli e Roma, dove poté contare, tra gli altri, sull’appoggio di personalità quali il Cardinal Ottoboni e la regina Maria Cristina di Svezia, ricoprendo sempre incarichi di prestigio.

La sua attività didattica non è abbastanza nota: è documentata infatti una brevissima docenza presso il Conservatorio di Santa Maria di Loreto, ottenuta il 13 febbraio 1689 e finita nel luglio successivo con un licenziamento, poiché pur avendo avuto un permesso per andare a Roma, non era più tornato. Tuttavia, anche se non si hanno testimoniane dirette della prima formazione di Domenico, è piuttosto scontato supporre che sia stato Alessandro a occuparsene, benché l’opinione di diversi studiosi a proposito sia stata contrastante. Certa è invece la sua sollecitudine per il futuro professionale del figlio, che introdusse, sia per l’apprendimento che per un possibile impiego, nelle città italiane più importanti per la vita musicale: Firenze, Venezia e Roma.

Venezia agli albori del massimo splendore

Nel 1702 Alessandro e Domenico soggiornarono per quattro mesi a Firenze presso la corte di Ferdinando de’ Medici, nella speranza, risultata vana, di un impiego per entrambi. Immediatamente dopo, Alessandro rientrò a Napoli e inviò il figlio a Venezia, che si stava avviando verso il periodo di maggiore splendore musicale. Era infatti nutrita la presenza di musicisti quali, tra gli altri, Antonio Vivaldi, attivo presso l’Ospedale della Pietà e Antonio Lotti, primo organista dal 1701 in San Marco, senza trascurare la circolazione di una produzione strumentale importante, come, per esempio, le Sonate di Tommaso Albinoni e Arcangelo Corelli. A Venezia, Domenico frequentò inoltre le lezioni di un compositore legato da profonda amicizia a suo padre, Francesco Gasparini, che pubblicò nel 1708 il trattato L’Armonico pratico al Cimbalo, nel quale è ben documentata la pratica delle acciaccature.

Le acciaccature

Con il termine acciaccature si intendono quelle note estranee all’armonia impiegate in un accordo con lo scopo di aggiungere uno speciale effetto di ‘colore’ e, secondo Benedetto Marcello, «a tener al’ quanto sospeso l’orecchio». L’artificio ebbe una solida tradizione nella scuola musicale italiana e fu presente in forme simili, ma più moderate, anche nelle scuole nazionali europee. Le sue fonti  pratiche e testuali sono riferibili principalmente a:

  • La consuetudine delle ‘durezze’ nelle opere di Frescobaldi
  • Il trattato anonimo di basso continuo, dell’inizio del XVIII secolo, conservato presso la Biblioteca Corsini a Roma
  • La lettera attribuita a Benedetto Marcello, in cui si allude al medesimo uso di questi effetti da parte di Bernardo Pasquini
  • Il discorso di Francesco Geminiani in A treatrise of Good Taste in the Art for Music, Londra 1749
  • Il  Codes de musique pratique di Rameau: «gli italiani [usano le acciaccature] quando vogliono far rumore, poiché tutti non hanno la delicatezza di togliere con prontezza le dita dal ‘coulé’», Parigi 1760

Benedetto Marcello così descrisse l’acciaccatura: «l’acciaccatura è accidente di Suono, non Sostanza di Contrapunto, come sono le appogiature, li modi di buon Cantare etcetera che da moderni si scriuono, e tale acciaccatura suole pratticarsi particolarmente ne’ Recitatiui, Cadenze, progressioni di Tuono à Tuono etcetera come più diffussamente nell’Armonico Prattico al Cembalo di Francesco Gasparini mio Maestro al capitolo 9».

Roma e lo Stylus phantasticus

Lo Stylus fantasticus, nato principalmente da Claudio Merulo, si riferisce a un certo gusto impregnato di estro e «non soggetto a battuta», per dirla con Frescobaldi e cioè a composizioni in cui l’arbitrio dell’esecutore poteva spaziare liberamente in soluzioni a sorpresa e d’effetto, per rendere l’esecuzione accattivante e varia, oltre ogni regola: sono le qualità peculiari delle Toccate e delle Fantasie.

Nel decennio 1709-1719 Domenico visse a Roma, dove aveva il compito di comporre un’opera per il teatro di Maria Casimirra di Polonia ad ogni ricorrenza del Carnevale. Secondo lo studioso Ralph Kirkpatrick Domenico ebbe modo in questo periodo di costituire il «Roman Patrimony», cioè le basi solide del linguaggio musicale italiano del tempo, attraverso non soltanto le composizioni di suo padre, le cui opere vi erano regolarmente rappresentate, ma anche attraverso quelle dell’ultimo erede di Frescobaldi, Bernardo Pasquini, e di Arcangelo Corelli.

Le Toccate di Alessandro

Alessandro compose probabilmente le sue 7 Toccate per Clavicembalo negli anni immediatamente precedenti il 1710. L’intento didattico è chiaramente espresso dalla sua prefazione:

«Toccate per cembalo: per bene principiare a sonare, et al nobile partamento delle mani : si averte al discepolo studioso di ponere le dita in quelle segni, che li vengono accennate dalle mani / del Sig. Cavaliere Alessandro Scarlatti, primo maestro della Real Cappella di Napoli».

A questa opera si aggiunsero tre Toccate nel 1716 e la Toccata d’ottava stesa, nel 1723, che contiene le 29 Variazioni sul Tema della Follia, in realtà composte già dal 1715. Nel complesso di queste composizioni si trovano i canoni strutturali della grande scuola di Frescobaldi, Rossi e Pasquini, con l’alternanza di ampie parti libere con altre severe, ma anche pagine strutturate con gli elementi caratteristici del concerto grosso o solistico.

Alessandro, noto per la conoscenza approfondita dello stile dotto, trasmise secondo il musicologo Hermann Keller nelle sue opere per clavicembalo «le basi tecniche della sua arte pianistica [leggi: tastieristica]» e per quanto riguarda le Variazioni sopra la Follia lo studioso aggiunge che «là si possono già trovare quelle acciaccature così caratteristiche di Domenico».

I diversi generi delle sonate ‘italiane’ di Domenico Scarlatti

In questo intreccio di studio, incontri, viaggi e ascolti e sotto la sapiente regia del padre, Domenico si impadronì di tutti i fondamenti della dottrina delle migliori scuole musicali italiane.

Si possono perciò distinguere alcune tipologie di sonate riferibili alla matrice italiana:

  • La sonata a due o a tre, concepita per uno o due solisti e basso continuo (p. es. K 88 e K 89)
  • La sonata ispirata dal concerto strumentale (p. es. K 37 e K 72)
  • La sonata di matrice contrappuntistica (p. es. K 30 e K 58)
  • La Sonata-Toccata, caratterizzata da inizi frammentari e spesso non ben definiti tonalmente e da sezioni libere a vario carattere o «affetto» (p. es. K 3 e, a un livello più complesso, K 394)
  • La sonata di ispirazione vocale (p. es. K 144 e K 208)

L’utilizzo delle acciaccature fu invece trasversale ai diversi generi delle sonate di Domenico e calzarono ‘a pennello’ anche su quelle di evidente matrice ispanico-andalusa, come per esempio le sonate K 119 e K 175.

Altrettanto importante è, ma più in generale, l’ispirazione ‘teatrale’ che Domenico letteralmente mise in scena, evocando veri e propri quadri, scenografie, potremmo dire finanche rumori e colori nel variegato e singolare mondo delle sue sonate.

La  cosiddetta «maniera italiana»

La definizione di «maniera italiana» si deve a studiosi quali Pinuccia Carrer ed Enrico Baiano, soprattutto in relazione alla libertà espressiva che le sonate di Domenico richiedono sia nei contesti espressivi che in quelli brillanti, con l’impiego di mezzi come il rubato settecentesco e, particolarmente nelle ripetizioni dei ritornelli, la diminuzione e la grande ornamentazione. Si tratta della maniera variata che caratterizzò la ripetizione dei ritornelli in epoca barocca e che si spinse ben oltre le semplici differenziazioni dinamiche, come mostrano per esempio le ripetizioni delle Sarabande ornate da Bach nelle Suites inglesi in La minore e in Sol minore. È opinione della scrivente che gli strumenti utilizzati per le variazioni inclusero anche differenziazioni delle articolazioni e delle cellule ritmiche, quest’ultime secondo una consolidata tradizione italiana, mentre a riguardo dei micro-fraseggi è addirittura Carl Czerny, ormai in un periodo prossimo al 1840, a scrivere ancora che: «si può dare una grande varietà anche colle maniere di accentare un passo».

Giusy De Berardinis

Bibliografia:

Jean Philippe Rameau, Code de musique pratique; ou, Méthodes pour apprendre la musique, même à des aveugles, pour former la voix & l’oreille, De l’Imprimerie royale, M.DCC.LX , Parigi [1760].

Carl Czerny, Il Maestro di Pianoforte / ossia / istruzione teorico pratica / per / Pianoforte / Ridotta a nuovo e più facile metodo, Giudici e Strada, Torino s.d. (l’edizione Ricordi data 1837).

Ralph Kirkpatrick, Domenico Scarlatti, New Jersey University Press, Princeton 1953.

Giorgio Pestelli, Le Sonate di Domenico Scarlatti, G. Giappicchelli, Torino 1967.

Emilia Fadini, Hypothèse à propos de l’ordre des Sonates dans les manuscrits venitiens, in «Cahiers de la Société de Musique ancienne de Nice», Nizza 1985.

Enrico Baiano – Marco Moiraghi, Le Sonate di Domenico Scarlatti. Contesto, Testo, Interpretazione, Libreria Musicale Italiana, Lucca 2014.

Immagine

Caspar van Wittel: Piazza Navona, Roma (1699). Olio su tela, Carmen Thyssen Collection, Inv. no. (CTB.1978.83).

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