“Parlami” di Giusy De Berardinis

Una lettura inedita del Romanzo “Parlami” dell’autrice Giusy De Berardinis, Eretica Edizioni, 2016.

opera copertina "parlami", romanzo di Giusy De Berardinis

Una linea familiare femminile fortemente segnata da una terra aspra nei tratti e nella cultura. Un tempo antico, denso e sovraccarico, ancora nelle vene dell’oggi. La lotta spietata per l’affermazione della propria unicità oltre ogni condizionamento.

Autrice: Giusy De Berardinis

Editore: Eretica
Data di Pubblicazione:ottobre 2016
EAN:9788899816292
ISBN:8899816298
Pagine:86
Formato: brossura

Copertina: Sara Quida “Anima Ribelle”, 2016


La lettura


Segue il testo come da lettura in video dell’Incipit

GIUSY DE BERARDINIS

PARLAMI

I

Me la immagino senza difficoltà, la pelle di conchiglia bianca, sottile e delicata, gli zigomi alti e quel sorriso disarmante. Un corpo né minuto né grosso, i capelli lunghi fino a metà della schiena, come li ammiravo, bambina, quando alla sera scioglieva il tuppo in una morbida onda nera, seduta davanti allo specchio della toletta nella camera matrimoniale in palissandro.
Quel giorno Agatina andava a passo deciso tra i campi a raccogliere un po’ di verdura selvatica. Tutta la sua bellezza acerba nascosta in una lunga gonna di tela pesante marrone e un maglione largo lavorato a mano da una vecchia della contrada. I piedi larghi, insolitamente robusti per una ragazza, protetti in grandi scarpe consunte con i lacci. Come di chi dovrà fare tanta strada.
Era freddo. Novembre le pungeva il viso, il vento di tramontana si infilava dappertutto schiaffeggiando le ultime foglie superstiti sugli alberi. Il cielo terso spazzato dalle nubi avvolgeva tutto di una trasparenza lucida accesa dal sole.
Quasi correva verso il campo laggiù, calpestando un tappeto soffice, colorato di tardo autunno. Lo scorgeva già in lontananza, una chiazza luminosa dalla forma irregolare pennellata dal vento.
Non ci arrivò mai.
Quei fruscii sempre più vicini cos’erano? Forse lo sfrigolio delle foglie e dei rami per
terra, sotto la pressione veloce dei piedi. Forse solo un animaletto spaventato. Forse.
Di nuovo, tra i giochi delle folate. Uno scalpiccio.
L’aveva distinto con chiarezza, rapido e già svanito.
Si fermò un istante a guardarsi intorno con le mani sui fianchi, muovendo solo la testa da una parte e dall’altra.
A destra, dietro le fronde agitate della rosa canina, mezzo nascosto tra i rami, il viso squadrato di Tonino, il cugino «grande», quello già sposato con due figli, la stava
spiando con un’espressione che quasi gli stravolgeva i lineamenti.
Agatina spalancò gli occhi per la sorpresa, il tempo di un respiro e se lo trovò davanti,
grosso quanto un maciste com’era.
«Che ci fai qui?!» avrebbe voluto gridare, ma le labbra si serrarono subito sotto il
morso dei denti, in una smorfia di paura che ammutolì per sempre l’urlo che stava salendo dal petto.
Cominciò a correre disperatamente lottando con quelle scarpe pesanti che la risucchiavano al suolo. Fece solo pochi metri. Lui l’acciuffò per i capelli e la tirò a sé con la forza di una bestia affamata, lei si piegò verso terra col busto, coprendosi gli occhi con le mani.
Fu la furia di un corpo impazzito a violarla senza pietà.
Le stava addosso su un groviglio di sterpi, punte aguzze e spine.
Un odore fetido di intimità non voluta.
Schiacciata violentemente a terra, un colpo dopo l’altro a scandire quel tempo di terrore
che non finiva più, fino a che il macigno sopra di lei divenne solo un peso morto che le opprimeva le costole.
Un rivolo di sangue tiepido la percorse tra le cosce ancora divaricate e ormai senza tono, come se non fossero più le sue.
Stordita, sul filo incerto della non coscienza, non vi era più nulla. Una massa informe davanti agli occhi, un dolore acuto laggiù. Svenne.
La trovò Fifù, il volpino da sempre compagno di giochi.
Fifù la leccò con smisurato impegno su tutto il viso fino a svegliarla, poi corse d’un fiato a casa, abbaiando forte e saltando come un dannato addosso ai padroni. Sembrava posseduto dal demonio mentre afferrava i lembi delle vesti coi denti e tirava, tirava, fino quasi a strapparli.
Riuscì finalmente a portarli da lei.
Matilde, sua madre, arrivò per prima. Le si gettò addosso, la abbracciò e la baciò sulla bocca, insufflandola quasi, di un respiro che se ne andava completamente per conto suo.
Chiuse in un abbraccio serrato erano un unico corpo scosso dal ritmo scomposto dei singhiozzi.
Domenico, suo padre, restò ritto e impietrito per qualche istante accanto a loro, poi si

chinò allontanando con insolita grazia la moglie, imprecò qualcosa tra i denti e si caricò la figlia sulle spalle.
Così, uno dietro l’altro, sul gemito straziato di Matilde, arrivarono in pochi minuti alla loro dimora, una costruzione bassa con un battuto di cemento davanti che fungeva da aia e la stalla accanto.
Agatina restò a letto per una settimana, muta. Le parole si erano aggrovigliate le une con le altre in un malloppo sulla bocca dello stomaco e lo serravano stretto stretto in una morsa.
Non poteva fare altro che stare là distesa ad ascoltare quel corpo offeso che non ne voleva sapere più di niente.
Matilde le si piazzò accanto senza smettere un attimo di vegliarla. Restava sulla sedia anche di notte, si assopiva ma non del tutto, ché non si poteva mai sapere.
Era levatrice, perciò la guardava sempre là in mezzo, tra le gambe, mentre dormiva. Scostava le lenzuola di flanella a fiori ancora pregne dell’odore del sapone fatto in casa e indagava preoccupata, pronta a leggere ogni pezzetto di quella carne violata.
Durante il giorno la lavava spesso per lenire il bruciore, là e sulle ferite della schiena, con pezze di lino bagnate di acqua di malva stiepidita sulla brace del camino; poi l’asciugava con cura, la rivestiva di biancheria pulita, le passava un panno umido anche sul viso e il pettinino a denti fitti tra i capelli.
Agatina si lasciava fare come una bambola di pezza, moscia e rassegnata.
Di tanto in tanto posava lo sguardo all’indietro sul crocifisso proprio sopra la sua testa e lo fissava a lungo. Gli occhi di Matilde vagavano dalla figlia al Cristo in croce in cerca di una risposta, di un perché, ma pure il Cristo si faceva i fatti suoi e taceva.
«Ci vò la pazienza», si diceva, inspirando più profondamente fino a gonfiare tutto il petto ed espirando poi con altrettanta enfasi.
Madre e figlia così sopravvissero a quel tempo gravido sigillato di attesa, giorno e notte sempre insieme, gli occhi negli occhi.
La paura degli «ummn’», sottinteso complice di entrambe, le legava ancor più. Si respirava tutt’intorno, come un veleno sparso sottilmente ovunque ad ammorbare l’aria.
Domenico era un uomo di una forza fisica evidente.
La chioma corvina, indomita, marcava un volto scuro, spaccato in mille rughe dal sole. Aveva il collo un po’ incassato nelle spalle, come tutti quelli che si prendono addosso

troppe responsabilità e si ripiegano dentro per l’eccesso di pesi, orgogliosi e ostinati a non condividerli.
Il corpo asciutto rivelava un’energia possente nei solchi dei fasci muscolari scolpiti per bene dalla fatica di lavorare da sempre la terra.
Anche lui non proferiva parola, posseduto da una rabbia sorda e duplice: il nipote screanzato da una parte; sua figlia, quella mezza bambina innocente, dall’altra.
Il fatto gli era pesante assai, gli bruciava come un carbone ardente in mezzo agli intestini.
Ci rimuginava sopra serrando forte i denti, sbottando parolacce tra sé e sé, incapace di farsene una ragione.
«Je l’accìd’, l’accìd’!» masticava.
A Matilde, ormai, faceva più paura del solito, così aveva cominciato ad osservarlo di sbieco, quand’era sicura che non se ne accorgesse.
Ogni mossa, ogni smorfia, ogni gesto: che gli passava pe’ la coccia?
Gli vedeva stampata sul volto un’espressione oscura, un tratto maligno che la metteva inquieta. Come se non lo avesse mai conosciuto, come se quello non fosse suo marito. «Che ci’appùr’!»1 pensava, accorata di un’ansia mai provata.
Un santino di San Rocco tra le mani grosse e le labbra in un movimento perpetuo e afono, pregava la Madonna, il Padreterno e tutti i Santi del Paradiso di fare la grazia a sua figlia: che non restasse incinta di quel farabutto, che la famiglia fosse salva dalla vergogna.
A volte, quando si sentiva più in forza, ci metteva pure un po’ di fiato, ché forse la Madonna l’avrebbe capita meglio. E allora sussurrava, accompagnandosi sempre col dondolio del corpo e delle mani giunte e incrociate, avanti per un verso e ‘ndrè per quello a seguire:
Madonn chi sti a sa port’ timme a cure e timme accort’ timme accorte e timme a cur’ so’ la vostre creatur’.
La Madonn arisponn’ e dice:

cunfiss’t’ piccatrice
ca’ si di me nin di scurdiss’
quanta ‘razije ariciviss’
O Madonn’ di li ‘razije
quant t’annomine lu core mi sazije t’annomine lu buon Gesù Madonn’ di li ‘razije aiùtem’ tu.

Parlami 
Giusy De Berardinis
Editore:Eretica
Data di Pubblicazione:ottobre 2016
EAN:9788899816292
ISBN:8899816298
Pagine:86
Formato:brossura
"Parlami" romanzo di Giusy De Berardinis, Eretica edizioni 2016